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| Il quaderno di cinese di mia figlia |
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Se si dovesse applicare la nuova direttiva di Mariastella Gelmini che prevede nelle classi un «tetto» del 30% di stranieri, la scuola dove mia figlia A. frequenta (felice e contenta) la terza elementare - la Federico Di Donato, all'Esquilino - sarebbe probabilmente costretta a svuotare i banchi. Perché lì non esistono percentuali né statistiche, esiste semplicemente la realtà di un quartiere, abitato da persone provenienti da altri paesi del mondo e la scuola rispecchia fedelmente la composizione culturale che la circonda. Sarebbe fonte di stupore, quindi, per la nostra ministra sapere che mia figlia e i suoi compagni si chiamano l'un l'altro candidamente per nome, senza definirsi italiani, cinesi, indiani o filippini. Sono amici. Molti si frequentano da quando avevano poco più di due anni, hanno già alle loro spalle lunghi sodalizi (nonostante la loro piccola età) e si vogliono bene.
Una sera, prima delle vacanze di Natale, ho trovato mia figlia a letto, con la luce accesa. Teneva faticosamente fra le mani un grande atlante. Scrutava il mondo e cercava di capire «quanto mare ci fosse», come diceva sconsolata, a dividere l'Italia e la Cina. Perché il suo amico M., uno dei migliori, all'inizio dell'anno scolastico non si era ripresentato. Era andato laggiù prima dell'estate, in viaggio, a trovare i nonni. Lei custodiva tutti i suoi quaderni - gli erano stati affidati come una promessa di ritorno - e intanto aspettava. I due avevano anche un quaderno comune: c'erano gli esercizi di cinese che insieme facevano per gioco, durante l'ora di ricreazione, seduti vicini sul muretto del cortile.
Mia figlia conosce i numeri cinesi fino a dieci, alcune canzoni e qualche ideogramma di parole-base, come casa, madre, luna. Non ha mai percepito M. come uno «straniero» né i tanti altri amici di varie nazionalità (molti dei quali sono nati in Italia) le sono mai sembrati esseri strani. Ha condiviso le sue giornate con loro, ha mangiato, riso, pianto e imparato a scrivere, leggere e far di conto con loro. Ha litigato e fatto pace con M., così come è sempre avvenuto nella vita di tutti i bambini del pianeta. È stata fotografata su un calendario della scuola - dove in ogni mese c'è un alunno «che viene da lontano» - accanto a una bambina del Bangladesh. E alle feste ha assaggiato cibi diversi, non solo i ciambelloni. Alcuni erano buoni, altri meno, però per tutta la sua classe e per chiunque frequenti la Di Donato sono e restano cibi normali.
Arianna Di Genova da Il Manifesto dell'11/01/2010
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(13 Gennaio '10) Se si dovesse applicare la nuova direttiva che prevede nelle classe un tetto di 30% di stranieri