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"Dall'anno prossimo ci sarà un tetto massimo del 30% di studenti stranieri per classe, in ogni grado scolastico" questo quanto detto dalla ministra Gelmini, per rassicurare le famiglie Italiane, che ultimamente si stanno lamentando per la troppa presenza di stranieri nelle classi.
Ho cercato la notizia nel web, ma salvo poche righe, non ho trovato ciò che mi serviva. La cosa che continuo a chiedermi è, cosa intenda la signora con stranieri? Intende bambini nati fuori dall'italia, o qualunque bambino (nato in italia) ma figlio di uno o entrambe genitori non nati in italia? Qui pongo la mia prima domanda: nella classe di gnomo ci sono bambini tutti nati in italia ma figli di stranieri. La classe è composta da 20 bambini di cui: 13 figli di italiani, 4 figli di egiziani, 1 figlio di sud americani, 1 figlio di genitori che arrivano dallo srilanka (come si dirà srilankesi?!) e 1 figlio di albanesi; ecco stando al tetto posto dalla Gelmini uno di loro dovrebbe cambiare classe?! dovrebbe cambiare scuola se anche nelle altre classi si è già raggiunto il tetto?! Sono d'accordo che una classe composta dalla quasi totalità di stranieri venga considerata ghetto, ma tutto stà nell'intelligenza (e qui ne ho sempre più dubbio) della gente. Generalizzare i "livelli" scolastici è sbagliato, alla scuola dell'infanzia anche se ci ritroviamo una percentuale più alta di stranieri ( 50%) non fa nessuna differenza, i bambini, compresi gli italiani, incominciano lì a imparare la convivenza con gli altri e a parlare, quindi tutti impareranno insieme. Ormai la maggior parte dei bambini, figli di stranieri, che frequentano la scuola primaria e la scuola secondaria di primo grado, sono bambini nati e vissuti in italia, i quali conoscono benissimo l'italiano. E qui mi pongo la mia seconda domanda: a cosa serve il tetto del 30% se i bambini "stranieri" conoscono l'italiano?! E' un tetto per far piacere ai genitori italiani, un pò razziati, che non vogliono troppi stranieri vicini al proprio figlio?!...
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Ecco due lettere che sono state mandate al nostro Ministro dopo la sua richiesta di perseguire, attraverso provvedimenti disciplinari, tre Dirigenti Scolastici..
Lettera mandata da: Cobas
Al Ministro dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca
Lettera mandata da:
Al Ministro dell'Istruzione, Università e Ricerca
Alla Direttrice Generale dell’Ufficio Scolastico del Lazio Ai consiglieri del Municipio XIX A tutti gli organi di stampa interessati Oggetto: circolare ministeriale Commemorazione dei sei soldati morti a kabul La prima reazione è stata di incredulità. Ma veramente sta accadendo che un invito venga considerato obbligo? Che non si rifletta a fondo sul contenuto dell'invito stesso e, di conseguenza, su come calarlo nei diversi ordini di scuola? Che dalla nostra libera decisione di non accoglierlo in quanto docenti di scuola primaria e di scuola dell’Infanzia, sia seguito, nell'ordine: 1) un gran vociare di giornali; 2) un attacco gratuito ed infondato alla nostra Dirigente Scolastica da parte dei consiglieri del Municipio XIX; 3) l'apertura di un procedimento disciplinare nei confronti della nostra Dirigente Scolastica da parte del Ministero? E allora non possiamo più pensare di trovarci di fronte ai soliti proclami di bassa qualità, aventi il semplice intento di curare l'immagine che si vuole dare di sé. Ci troviamo a che fare con azioni irrispettose della nostra professione, di noi che dedichiamo la nostra vita professionale a pensare veramente ai bambini, a guardarli e ascoltarli per cercare di capirli. Di fronte all'ignoranza e alla rozzezza di pensiero è bene far conoscere per iscritto quelle che sono le nostre convinzioni, facendo qualche passo indietro, perché solo cercando di capire ciò che è successo, con libero sguardo e libera mente, si può costruire sul serio qualcosa di buono e sensato per questa povera scuola. PERCHÉ ABBIAMO DETTO NO AL MINUTO DI SILENZIO “Per onorare e ricordare i militari caduti ieri nella missione di pace, si invitano le SS.LL a promuovere nelle scuole occasioni di riflessioni e di solidale partecipazione, osservando alle ore 12,00 di lunedi p.v., in concomitanza con i funerali solenni, un minuto di silenzio.” Lunedì 21 settembre 2009 noi, gli insegnanti del 1° Circolo di Roma, non abbiamo raccolto l’invito del Ministro Gelmini. Non lo avremmo comunque raccolto nemmeno se la circolare fosse arrivata in tempo. Nella nostra scuola siamo abituati a pensare, a riflettere, a prendere decisioni ponderate insieme, fra colleghi, con la nostra Dirigente. Dietro la nostra decisione non si nasconde una volontà sovversiva, bensì una radicata consapevolezza del nostro ruolo educativo. Siamo educatori, coscienti del fatto che ogni nostro intervento debba essere frutto di continue riflessioni e confronti. È questo che quotidianamente cerchiamo di fare, con la massima serietà e con il massimo rispetto nei confronti del mondo infantile. Un mondo che conosciamo bene, non solo perché oggetto dei nostri studi , ma soprattutto perché è il mondo che ogni giorno incontriamo. Sappiamo interpretare gli sguardi dei nostri bambini. Educare all’emotività significa aiutare i bambini a nominare, comprendere, accettare e condividere le proprie emozioni perché possano crescere nel rispetto dell’altro. E’ quello che facciamo costantemente nel nostro lavoro, utilizzando tutti gli strumenti che ci possono essere d'aiuto: gli strumenti della cultura. I nostri bambini vogliono sentire le nostre parole, le nostre spiegazioni, le nostre rassicurazioni ma, soprattutto, hanno bisogno di essere ascoltati, hanno bisogno di tirar fuori il loro mondo. Per questo abbiamo detto No al minuto di silenzio! Crediamo che per formare cittadini cooperativi , solidali e rispettosi siano necessarie ore e ore di parole. Per questo abbiamo preferito contrapporre alla politica del “minuto di silenzio” la pedagogia delle “ore di parole”. Gli insegnanti Il personale ATA del 1° Circolo Didattico “Pietro Maffi” Roma
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La Chiesa costa ogni anno ai contribuenti italiani circa 4 miliardi e mezzo di euro. Più del costo del sistema politico. Mezza finanziaria. Quella che presentiamo qui non è che la stima ottimistica. Ce ne sono alcune che arrivano anche a 9 miliardi di euro all’anno.
L'otto per mille, grazie ad un meccanismo messo a punto a metà degli anni 80 da un consulente del governo Craxi di nome Giulio Tremonti, assegna alla Chiesa Cattolica anche le quote di chi non ha espresso alcuna preferenza. Per fare un esempio, fatta 100 la base dei contribuenti, se ce ne sono 40 che mettono una croce su uno dei destinatari possibili dell’8 per mille, e 30 di questi scelgono la Chiesa Cattolica, i tre quarti degli altri 60 contribuenti che non hanno espresso alcuna preferenza – ben 45 persone - si troveranno a devolvere il loro 8 per mille al Vaticano. Da 30 preferenze reali a 75 con un colpo di bacchetta magica degno di Harry Potter. Un giochetto che porta nelle casse della Chiesa Cattolica circa un miliardo di euro ogni anno. Nel resto dell’Europa diversamente religiosa, naturalmente, la contribuzione è non solo volontaria, ma le quote derivanti dalle preferenze non espresse restano allo Stato.
Se siete deboli di cuore non leggete la prossima frase. L’Art.47 della legge 20 maggio 1985, n. 222 stabilisce che ogni anno, entro il mese di giugno, lo Stato corrisponde alla Conferenza Episcopale Italiana un anticipo calcolato sulle preferenze espresse dell’anno precedente. Avete capito bene: voi anticipate ogni anno le tasse e l’Iva sulla base dei vostri guadagni passati e della presunzione di quelli attuali. Se non avete guadagnato dovete giocoforza andare a rubare. Lo Stato, viceversa, prende i vostri anticipi e li anticipa alla Chiesa Cattolica. Che glieli abbiate dati o meno. Nel 2007 abbiamo anticipato alla CEI 354 milioni di euro.
Un altro miliardo se ne va per gli stipendi ai circa 22 mila insegnanti di quella che impropriamente viene chiamata ora di religione. In realtà, anche tecnicamente, si chiama Insegnamento della Religione Cattolica (IRC), anche se lo stato non sa bene cosa effettivamente si insegni durante le lezioni, come sostenne lo stesso Berlinguer in un’intervista rilasciata a Famiglia Cristiana. Quello che è certo è che i docenti - pagati dallo Stato italiano - che si azzardano ad accennare alla storia delle altre religioni o a diverse concezioni del mondo, vengono licenziati (in un caso su 250).
Almeno 700 milioni vengono versati da tutti noi per le convenzioni su scuola e sanità. Nel solo 2004, le scuole cattoliche hanno beneficiato di 258 milioni di euro di finanziamento, 44 milioni per le cinque Università cattoliche, 20 milioni per il Campus Biomedico dell’Opus Dei, portati a 30 dall’anno successivo. Con la circolare ministeriale 38/2005, le scuole non statali hanno raddoppiato le elargizioni: 527 milioni di euro, portati a 532,3 milioni a fronte dei tagli all’istruzione. Si impoverisce l’istruzione per tutti, si arricchisce l’istruzione per pochi. Più siete ignoranti, più siete propensi a votare per maghi, ballerine, showgirl e presentatori.
Poi ci sono le regalie una tantum. Il Giubileo è stato finanziato con quattro spicci: 3500 miliardi di lire. Uno degli ultimi raduni di Loreto ci è costato 2,5 milioni e così via, per una media annua di circa 250 milioni di euro. Il mancato incasso dell’Ici vale circa 700 milioni di euro all’anno, ma c’è chi – per esempio Piergiorgio Odifreddi – valutando il patrimonio immobiliare della Chiesa in alcune centinaia di miliardi di euro, arriva a considerare il mancato gettito fiscale pari ad almeno 6 miliardi di euro. Lo sconto del 50% su Ires, Irap e altre imposte ci costa più o meno 500 milioni. L’elusione fiscale legalizzata del mondo del turismo cattolico, con i suoi 40 milioni di pellegrini che ogni anno vanno avanti e indietro dall’Italia, ammonta ad altri 600 milioni di euro. A questi dati, aggiungo i 52 milioni di euro che ho calcolato personalmente nell’articolo Tele-Vaticano: il subappalto alla Chiesa Cattolica di oltredueterzi del palinsesto del servizio pubblico televisivo, che il trattato di Amsterdam ci obbliga a ricollegare direttamente alle esigenze democratiche, sociali e culturali della società, e all’esigenza di preservare il pluralismo dei mezzi di comunicazione.
Non esiste un altro paese che spende altrettanto per il costo di una religione. Nessun altro paese laico, ovviamente.
A fronte di tutto questo, ieri la Chiesa Cattolica ha diramato un comunicato dove afferma che “non è certo espressione di laicità, ma la sua degenerazione in laicismo, l’ostilità a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione”. Non oso immaginare quale tributo di sangue dovremmo pagare se non fossimo così ostili a ogni forma di rilevanza politica e culturale della religione. L’Avis al confronto è uno spaccio di succhi di frutta. Ovviamente non sono tutte rose e fiori. Anche la Chiesa, come la RAI fa con l’AGCOM, deve inviare un resoconto dettagliato allo Stato italiano sull’utilizzo delle somme derivanti dall’incasso dell’otto per mille. L’articolo 44 della legge 20 maggio 1985, n. 222 dispone che la Conferenza Episcopale Italiana trasmetta annualmente all’autorità statale competente il rendiconto relativo all’effettiva utilizzazione delle somme di cui agli articoli 46, 47 e 50, terzo comma, della stessa legge.
Se avete presente gli spot elettorali della CEI per incentivare la preferenza sull’otto per mille, quelli con la musica strappalacrime e i bambini africani che spalancano enormi occhioni scuri provati dalla fame, sapete bene che il mantenimento delle missioni e gli interventi caritativi nel mondo sono un argomento efficacemente usato per convincervi ad apporre la famigerata x. Stupisce quindi che gli interventi caritativi a favore dei paesi del terzo mondo, nel rendiconto relativo all’utilizzazione delle somme pervenute nel 2007, assommino a soli 85 milioni di euro, circa l’8% del totale ricevuto. C’è poi un 12% utilizzato per interventi di carità in Italia e il resto serve all’autofinanziamento: il 35% va agli stipendi dei quasi 40 mila sacerdoti italiani, mentre mezzo miliardo all’anno viene speso per imperscrutabili esigenze di culto, spese di catechesi, attività finanziarie ed immobiliari. “Il Vaticano è il più ricco Stato del mondo per reddito pro capite.” [Curzio Maltese, La Questua, Feltrinelli]
“La Chiesa sta diventando per molti l’ostacolo principale alla fede. Non riescono più a vedere in essa altro che l’ambizione umana del potere, il piccolo teatro di uomini che, con la loro pretesa di amministrare il cristianesimo ufficiale, sembrano per lo più ostacolare il vero spirito del cristianesimo.”
Credete ancora che il vero problema siano i crocifissi nella aule?
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La Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo accogliendo il ricorso presentato da una cittadina italiana, ha stabilito che la presenza dei crocefissi nelle aule scolastiche costituisce "una violazione del diritto dei genitori a educare i figli secondo le loro convinzioni" e una violazione alla «libertà di religione degli alunni". Immediate le reazioni del mondo cattolico italiano con in prima fila il ministro dell'Istruzione, Mariastella Gelmini, che ha annunciato che il governo ha presentato ricorso contro la sentenza della Corte europea dei diritti dell'uomo di Strasburgo. Il Vaticano ovviamente ha bocciato la sentenza mentre da più parti si è sostenuto che il crocefisso rappresenta un simbolo importante della nostra identità culturale. Personalmente ritengo che ci sia qualcosa di grottesco in tutto questo. Innanzitutto la scuola italiana, ridotta in macerie sia materialmente che immaterialmente, fa tristemente da sfondo a questa commedia: ci si ricorda dell'importanza formativa della scuola per il crocefisso per dimenticare questo ruolo critico all'interno della società quando si tratta di investire sostanzialmente in strutture, programmi, attività, ecc... Inoltre penso che quando una fede religiosa si aggrappa solo a dei simboli, di cui spesso se ne ignora il significato, siano essi crocefissi, veli, turbanti, cibi, ecc... vuole dire sostanzialmente che si tratta di una religione decisamente debole. Se qualcuno teme di vedere indebolita la propria identità culturale o la propria fede per la sparizione di un crocefisso in un'aula scolastica vuol dire che probabilmente la sua fede si è volatilizzata da un pezzo. La religione in questo modo rimane un fenomeno "esterno" fatto solo di divieti, condanne, immaginette, rituali e formule il cui significato è ignoto alla gran parte dei cosiddetti fedeli rimanendo soltanto degli strumenti di regolazione sociale. Una cultura ed una religione che vedono la rimozione del crocifisso nelle scuole come una minaccia sono una cultura ed una religione immobili... Allora le aule scolastiche ospitino una pluralità di simboli religiosi delle varie religioni (non solo quelle abramitiche), di cui si deve spiegare il senso, altrimenti questi importanti simboli della spiritualità dell'uomo diventano semplicemente degli elementi di arredo. Altrimenti che non ce ne sia alcuno...
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Ho letto con grande emozione la lettera pubblicata il 24 ottobre dal titolo "Un uomo distrutto dal licenziamento". Purtroppo queste situazioni di vessazioni sul lavoro non si verificano solo nel settore privato, ma anche in quello pubblico, in settori che dovrebbero essere d'esempio per la società di domani, come ad esempio il settore scolastico. Con il taglio deiprecari-scuola-bulli-riforma posti previsto dalla riforma, saranno veramente i precari a perdere il posto, oppure si cercherà di eliminare i colleghi scomodi per far posto a figli/amanti/amici precari? Chi ci salvaguarderà da queste cose? Sembra che l'unico che se ne occupi veramente, pagando personalmente un duro prezzo in persecuzioni e ripicche, perché ha il coraggio di dire la verità su come funziona oggi la scuola di stato, sia il maestro Adriano Fontani, che con il suo Movimento contro il mobbing-bossing scolastico, ha smosso un po' le acque omertose della scuola pubblica italiana. Occupatevi anche voi giornalisti di queste cose! E' un mondo sommerso che voi non immaginate, quello che potete trovare al di là delle apparenze nella scuola italiana. Da qui si capisce da dove prendono esempio gli alunni quando fanno i bulli. Hanno spesso solo da imitare quel che vedono fatto al loro insegnante da altri insegnanti, o dai dirigenti. Preferisco che non pubblichiate il mio nome, perché sono un insegnante e non voglio avere ritorsioni come tutti gli altri che hanno avuto il coraggio di parlare.
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